Altra recensione, estate 2006, ultimo disco dei Pearl Jam.
Pearl Jam - Pearl Jam
Scritto in silenzio da G. D. alle venerdì, luglio 11, 2008 Etichette: Pearl Jam, RecensioniUn avocado tagliato a metà. Uno sfondo blu e il loro nome. Questo è il ritorno di una delle più grandi band mai partorite dall’America. Apro il cd e lo inserisco nel lettore dello stereo. Premo “play”. Non faccio in tempo a prendere il libretto che Cameron, Mc Cready, Ament e Gossard iniziano a liberare la loro energia senza risparmiare un colpo. Vedder come sempre entra ad arricchire il tutto con la sua voce. Rabbiosa, decisa, caotica, inconfondibile. Forse non ero preparato, ma l’energia della band mi coglie alla sprovvista. Life Wasted, World Wide Suicide e Comatose sono una delle sequenze più esplosive dai tempi di Vs e Vitalogy. I buoni vecchi Pearl Jam sono tornati. Genuini e mai banali. Severed Hand continua a convincermi della buona forma del gruppo, Mc Cready è infallibile. Eddie credo si emozioni cantando una delle canzoni più dolci di tutto il disco : Parachutes ( and i don’t want to know your past / but toghter share the dawn / and i wont need / nothing else /cause when we’re dead /we would’ve had it all..) e si indigna per la disoccupazione di chi è “Unemployable”, lamentando “Oh Yeah…so this life is sacrifice!”. E’ a questo punto che mi accorgo che questo album è l’ennesima dimostrazione di come Vedder e soci suonino nella band più figa del pianeta. Gone diventerà un classico, l’incedere della batteria di Matt è quanto di più solenne e delizioso mai ascoltato in un album dei Pearl Jam, questa è la sua canzone. Ma probabilmente è all’undicesima traccia che si nasconde il cuore, il vero cuore di tutto il disco : Army Reserve, in cui Eddie da il meglio di se, e Mike e Stone cavalcano le onde elettriche di un Townshend d’annata. E’ tutto meraviglioso, concluso dall’incipit floydiano di Inside Job, una delle più belle introduzioni mai ascoltate. Vellutata, sognante, semplicemente perfetta per riassumere l’intera opera, tesa a conciliare tra loro i momenti più elettrizzanti con quelli più leggeri, in uno dei dischi più belli della band. Sospesi tra Led Zeppelin, Who, e la storia, Vedder e soci hanno deciso che ci saranno anche loro. Nessuno lo metteva in dubbio. Sarebbe stato così per forza.
The Cult - The Cult
Scritto in silenzio da G. D. alle venerdì, luglio 11, 2008 Etichette: Recensioni, The CultAltra recensione, questa è del 2006...i Cult con l'album omonimo...quello col caprone...tanto per intenderci...
Io credo che questo sia l’ultimo vero album dei Cult. Ad alcuni potrebbe fare schifo. A me no. Sarà perché ho sempre creduto alla buona fede di un mito come Ian Astbury, sarà perché la musica dei Cult è sempre stata così oscura, nascosta, decisamente fuori da ogni controllo che non ha mai smesso di coinvolgermi, ma posso dirlo : amo veramente questo disco. Real Grrrl…i’m lost in your shadow , la chitarra sinuosa di Duffy e la voce morrisoniana di Ian, sono le atmosfere più recondite dell’animo umano. Sacred Life è poi uno dei brani più belli mai scritti da Atsbury,un requiem per i miti scomparsi e trascinati dalle correnti nel fiume dell’arte: Abbie Hoffmann, River Phoenix, Kurt Cobain e Andrew Wood; la vena poetica è poi racchiusa in un verso come “hey, there sister, what is holy in your life? Hey there brother what is sacred in your life?...”. Uno di quei brani per i quali le lodi non possono mai essere abbastanza. La successiva Be Free riporta tutto a ritmi più sostenuti, è puro rock, con Billy a farla da padrone, power chords senza mai fermarsi, in piena libertà “like the birds and the bees…”. La bellezza di Universal You è invece nella poesia, nell’amore antico per ciò che è terreno, per la terra, per l’essenzialità della natura, per una religione “pagana” : “don’t you know i got a pagan heart? I love the Earth, i’m not a preacher!”. Saints Are Down è poi la conculsione più disillusa e malinconica per un disco emozionante, trascinante, poetico. L’ultimo (beyond good and evil non lo considero) disco di una band tanto intensa quanto sottovalutata. Resta il fatto che per me Ian Astbury è una divinità terrena.
Mazzy Star - So Tonight That I Might See
Scritto in silenzio da G. D. alle venerdì, luglio 11, 2008 Etichette: Mazzy Star, RecensioniInziamo una breve "anthology" di vecchie recensioni...spero di ritrovarne parecchie. Riascoltare certi dischi, e rileggere certe idee a volte è davvero appassionante! :)

Hope Sandoval è una di quelle muse che raramente dividono la loro angelica essenza con noi comuni mortali. E quando lo fanno, lasciano un’impronta delicata, deliziosa come un sospiro notturno, uno di quelli che imprigionano la mente, e la pervadono sin quasi ad annullarla. "So Tonight That I Might See" è il secondo disco del duo californiano più cool dello scorso decennio, un disco strano, ammaliante, nato sotto il segno pallido e sfuocato dei Velvet Underground. “Lisergici” potrebbe essere l’aggettivo più idoneo a descrivere i toni vellutati e “ordinatamente caotici” di canzoni come Mary of Silence, uno “spettro” musicale di 6 minuti, in cui si sfiora la litania. Wasted è un etereo post-blues dalle tonalità stanche, così come la lenta e bellissima Blue Light, un viaggio senza partenza né arrivo, tra le onde di un mare sconosciuto, ma blu, come gli occhi e una luce.
La dolcezza della voce della Sandoval, dea post-moderna dei poeti mistici dei nostri tempi, domina ogni brano, tesse le trame di ballad meravigliose come la hit Fade Into You, la strappalacrime Five String Serenade e la Morrisioniana Into Dust, in cui riecheggiano le note opalescenti di The End e i passi silenziosi di una leggenda come quella di Jim e del suo deserto.
Le liriche, altrettanto esasperate da una poesia quantomai visionaria, sono permeate dalla stessa leggerezza delle note e si perdono, sussurrate tra suoni epici di poche corde, ammaliando come un canto di sirena, chi naviga nel loro mare.
David Roback (ex-chitarrista degli Opal) e la Sandoval hanno creato una trilogia mistica, di cui questo è il perno centrale, il più bello, il più psichedelico e “celestiale”.
“You go in shadows / You'll come apart and you'll go black / Some kind of night into your darkness / Colors your eyes with what's not there… Fade into you”
… giudicate voi…
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