U2 - Three

Recensione sperduta, ritrovata su debaser, risalente a marzo 2005. Il primo meraviglioso ep degli u2, uscito qualcosa come 30 anni fa. A volte il tempo fa sembrare grandi cose che al momento non lo erano, ma questo disco, così piccolo nella sua durata non può e non deve essere dimenticato. Dai fan degli U2 e dal resto del mondo. Quindi, a futura memoria...


Ci sono tempi che non torneranno mai più. Quando Bono non immaginava nemmeno che vent'anni dopo avrebbe messo un pochino da parte il suo ruolo da rockstar per salvare le balene, gli U2 sfornavano questo primo EP, con la CBS... ed era il 1979. Sono solo 3 canzoni, di cui due : Stories For Boys e Out Of Control verrano riprese e rimaneggiate nell'album d'esordio. Quello che si ha di fronte è un acerbo primo passo verso un'originalità di suoni e testi che i quattro neo-maggiorenni devono ancora trovare. Out Of Control è il manifesto di questo periodo di deriva, del rock e dei primi U2, sonorità del tempo vengono amalgamate senza troppi pensieri : Joy Division (nel successivo album, "A Day Without me" rappresenterà la reazione di Bono al suicidio di Ian Curtis), Sex Pistols, Ramones in primis. Ed è abbastanza godibile sentire l'Explorer di the Edge sparare riff diretti e genuini, ascoltare la parte ritmica di Larry e Adam sorreggere l'intero EP. Può Bono in un disco degli U2 rimanere in secondo piano? Nel 1979 : sì. E non succederà più.

Out Of Control è stata riproposta nel tour del 2000, ma non aveva più ragione di essere, un pò come Daltrey e Townshend che oggi cantano "I Wanna Die Before Get Old": fuori luogo. Three è "tutto quello che la band di Dublino si è lasciata alle spalle". Forse era meglio non dimenticare.

Bryan Ferry - Dylanesque

Poche parole sull dylaniato album di Ferry, recensione del 2007.


Io credo che se avessi solo un briciolo della classe e del carisma di Bryan Ferry sarei già una mezza celebrità. Con un disco registrato in una breve intensa settimana di fine 2006 Bryan ha riletto (lo aveva già fatto parzialmente) classici brani di un Dylan d'annata, aiutato in una traccia meravigliosa , If Not For You, da Brian Eno e supportato dalla band che ha suonato con lui nell'ultimo tour. La cosa che più colpisce di tale riproposizione, oltre all'ormai inconfondibile timbro di Ferry, è la resa levigata e lucida di brani scritti e cantati da un'anima "grezza" e travagliata come è sempre stata quella Dylaniana, contesa tra la brillante genialità compositiva e una genuina vocalità d'altri tempi.
Se devo essere sincero mi aspettavo un disco forse più "mite" anche se non sono rimasto per niente deluso dal risultato!E' sempre bello vedere musicisti che continuano a divertirsi, e in questo caso Bryan lo fa con la consueta flemma di chi sa fare le cose per bene.

Pearl Jam - Vitalogy


Ancora i Pearl Jam, questa volta qualche riga spesa per Vitalogy.


Seattle, per la mia generazione è stata il cortile dell’adolescenza. Avere 12-13 anni adesso è veramente una merda. A volte mi fanno pena tutti quei piccoli mostri che rispondono al telefono con la suoneria della canzone del momento. Ai miei tempi le suonerie non c’erano. A pensarci bene non c’era nemmeno il telefono! E non c’erano gli mp3, non c’era internet, la tv via satellite. No, non era il 1800, era il 1994 e i Pearl Jam erano già al loro terzo disco.

Vitalogy è un disco che sin dalla confezione ti fa capire che vuole e deve essere ascoltato. Vitalogy è un libro, che mi sono portato nelle tasche di una camicia pesante (rigorosamente a quadri grandi) durante le lezioni al liceo. Vitalogy è confusione, è dolcezza, potenza e leggerezza, forse non la migliore, ma sicuramente una delle più belle prove artistiche a tutto tondo dei Pearl Jam.
Definire “intellettuale” la band di Vedder e soci è una forzatura, ma di certo non è possibile inscatolarla e metterla in cantina assieme a tutte le altre band storiche del grunge. Quello che si può dire, è che i Pearl Jam hanno dato una dignità musicale elevata alla corrente dalla quale sono nati, e già da questo terzo disco è evidente come l’evoluzione stilistica e tecnica di questa band sia in pieno svolgimento.

Alla fine diciamocelo, "In Utero" dei Nirvana, poco aggiungeva alla loro breve, leggendaria carriera, ma qui siamo di fronte al tutt’altra storia. Si perché Eddie non avrà la tecnica e l’estensione vocale di Cornell, ma della sua originalità ha fatto una scuola (vedi alla voce Creed). Con gli anni ha raggiunto livelli di intensità emotiva a dir poco strabiliante. Ascoltatelo in Nothingman (una delle più belle canzoni degli anni 90), nella solenne Immortality (dedicata a Cobain), gridate con rabbia i versi di Last Exit, Spin The Black Circle, Not For You.

Vitalogy è la morte di qualcosa, del grunge che non tornerà più, e il germoglio dell’inizio di una nuova vita. Perché troverete soprese inaspettate, una simil-danza indiana alla Doors (Aye Davanita), un’incursione nella follia degli Who di Cowebs And Strange (Bugs), ma soprattutto ascolterete una band che sa veramente suonare, che non ha paura di cambiare rotta e che cerca la propria strada evitando tutte le solite aspettative di critica e pubblico. I testi poi, mai banali, mai scontati, spaziano dalla cupa rabbia di Last Exit ("Let the sun shine burn away my mask / Let the ocean dissolve way my past") alla risoluta speranza di Nothingman ("…he who forgets will be destined to remember"), fino ad arrivare alla sublime Immortality, apologia disperata di un mondo del rock ormai vittima dei soldi ("as privileged as a whore… victims in demani for public show"), mondo cui Kurt Cobain ha ceduto la vita, evitando la “vera morte” ("…cannot stay long… some die, just to live").

Vitalogy è un punto cruciale nella storia di Vedder e soci, troppo caotico, forse, ma senza dubbio una splendida fotografia di una band ancora in corsa (Un album da avere anche per l’artwork, che meriterebbe da solo una recensione, così come le bellissime fotografie di Ament).